Negli ultimi mesi, il mondo ha assistito a una serie di tensioni geopolitiche che hanno sollevato preoccupazioni riguardo a possibili scenari di autodistruzione. Ecco una sintesi di alcuni degli eventi più significativi. La rivelazione della presenza di soldati nordcoreani nei combattimenti in Ucraina ha suscitato allarme in Asia e in Europa. La stretta relazione tra Kim Jong-un e Vladimir Putin ha alimentato timori riguardo a trasferimenti tecnologici militari dalla Russia alla Corea del Nord, con potenziali ripercussioni su conflitti regionali come quelli nelle due Coree e a Taiwan. Questo coinvolgimento sottolinea l’interconnessione delle minacce alla sicurezza globale, esacerbando le tensioni sia a livello regionale che internazionale. Il 2025 è stato poi caratterizzato da tre principali tendenze globali: personalismo nelle leadership, protezionismo economico e polarizzazione ideologica. Questi fenomeni hanno portato a governi fragili, aumento del crimine organizzato e una crescente militarizzazione. Il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha introdotto politiche imprevedibili e protezioniste, influenzando significativamente l’economia mondiale e le relazioni internazionali. Questi sviluppi hanno contribuito a un clima di incertezza e instabilità, alimentando le preoccupazioni riguardo a potenziali conflitti su scala globale. In seguito all’attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023, Israele ha lanciato un’offensiva su larga scala nella Striscia di Gaza. Il conflitto ha causato un alto numero di vittime civili e ha sollevato preoccupazioni per crimini di guerra e contro l’umanità. Le accuse di genocidio nei confronti di Israele da parte di organizzazioni per i diritti umani hanno ulteriormente complicato la situazione, aumentando le tensioni a livello internazionale. Nel 2023, gli Huthi dello Yemen hanno avviato una serie di attacchi contro il sud di Israele e le navi mercantili nel Mar Rosso. Questi attacchi, sebbene intercettati, hanno aumentato le tensioni regionali e hanno coinvolto potenze internazionali come gli Stati Uniti e la Francia, preoccupate per la sicurezza delle rotte marittime vitali. La crisi ha evidenziato la vulnerabilità delle vie di comunicazione strategiche e il rischio di un’escalation incontrollata. In conclusione, le recenti tensioni geopolitiche dimostrano come conflitti regionali possano avere implicazioni globali, minacciando la stabilità internazionale e aumentando il rischio di autodistruzione. La natura interconnessa di queste crisi richiede una cooperazione internazionale rafforzata, un impegno per la diplomazia preventiva e strategie per la gestione dei conflitti al fine di evitare un’escalation incontrollata. La comunità internazionale deve riconoscere l’urgenza di affrontare queste sfide collettivamente per garantire un futuro di pace e stabilità. Intanto i primi mesi del 2025 hanno registrato anomalie climatiche significative, sottolineando l’urgenza di affrontare anche il cambiamento climatico. Gennaio 2025 è stato il mese più caldo mai registrato, secondo il servizio di cambiamento climatico Copernicus dell’Unione Europea, la temperatura media globale di gennaio 2025 è stata di 1,75°C superiore ai livelli preindustriali. Questo ha reso gennaio il mese più caldo mai registrato, nonostante la presenza del fenomeno La Niña, che di solito ha un effetto rinfrescante sul clima globale. Le emissioni di gas serra derivanti dalle attività umane stanno avendo un impatto più forte sulle temperature globali rispetto alle normali variazioni climatiche. Gli scienziati prevedono che il 2025 potrebbe essere il terzo anno più caldo mai registrato, superato solo dal 2024 e 2023. Questa tendenza evidenzia un riscaldamento continuo e preoccupante del nostro pianeta. Oltre alle temperature atmosferiche, altri indicatori del cambiamento climatico mostrano tendenze allarmanti. L’aumento dei livelli del mare, l’acidificazione degli oceani e il ritiro dei ghiacciai sono segni tangibili del riscaldamento globale. Questi sviluppi sottolineano l’urgenza di adottare misure efficaci per ridurre le emissioni di gas serra e mitigare gli effetti del cambiamento climatico.

 

 

Viviamo in un’epoca di crisi multiple e interconnesse. Da un lato, il riscaldamento globale minaccia gli equilibri climatici e ambientali del pianeta, con conseguenze devastanti per la biodiversità, l’economia e la sopravvivenza umana. Dall’altro, i conflitti geopolitici, le guerre e le tensioni internazionali sembrano spingere il mondo verso una spirale autodistruttiva. Di fronte a queste minacce, una domanda sorge spontanea: ha senso preoccuparsi dell’aumento della temperatura globale quando la stessa civiltà umana è a rischio di autodistruzione per le guerre e le tensioni internazionali?
Cercherò di esplorare il legame tra crisi climatica e conflitti, evidenziando come entrambe le minacce siano intrecciate e non possano essere affrontate separatamente. L’idea che una minaccia possa essere ignorata a favore dell’altra è fuorviante: il riscaldamento globale alimenta i conflitti, e le guerre aggravano la crisi ambientale. Comprendere questa interconnessione è fondamentale per sviluppare strategie efficaci per la sopravvivenza del pianeta e della società umana.

Disastro naturaleLa crisi climatica: un pericolo esistenziale
Dal periodo preindustriale, la temperatura media globale è aumentata di oltre 1,5°C, con proiezioni che indicano un aumento compreso tra 2°C e 4°C entro la fine del secolo se non si adottano misure drastiche per ridurre le emissioni di gas serra. Le conseguenze di questo riscaldamento sono drammatiche: scioglimento dei ghiacciai e innalzamento del livello del mare; eventi meteorologici estremi più frequenti e intensi; desertificazione e riduzione della disponibilità di acqua dolce; diminuzione della produttività agricola e insicurezza alimentare; aumento delle migrazioni climatiche.
L’alterazione degli equilibri climatici mette a rischio migliaia di specie animali e vegetali. La sesta estinzione di massa è già in corso, con specie che si estinguono a un ritmo 100 volte superiore a quello naturale. Gli ecosistemi collassano, riducendo la capacità della Terra di assorbire CO2 e aggravando ulteriormente il riscaldamento globale.
Il cambiamento climatico ha conseguenze dirette sulla salute umana, aumentando la diffusione di malattie infettive, peggiorando la qualità dell’aria e incrementando le ondate di calore mortali. Secondo l’OMS, il cambiamento climatico potrebbe causare oltre 250.000 morti aggiuntive all’anno tra il 2030 e il 2050.
Il costo economico della crisi climatica è enorme. Eventi climatici estremi causano danni alle infrastrutture, perdite agricole e costi sanitari elevati. Secondo alcuni studi, il PIL globale potrebbe ridursi di oltre il 10% entro il 2050 se non vengono prese misure adeguate.

Conflitti e minacce geopolitiche: un mondo sull’orlo dell’autodistruzione
Gli ultimi anni hanno visto un’escalation delle tensioni geopolitiche tra potenze mondiali come Stati Uniti, Cina, Russia e Unione Europea. La competizione per le risorse naturali, il controllo delle rotte commerciali e le ambizioni nazionaliste hanno alimentato il rischio di guerre su vasta scala.
I conflitti in Ucraina, Medio Oriente, Africa e Asia destabilizzano intere regioni e aggravano la crisi umanitaria. Il rischio di conflitti nucleari, seppur remoto, è una minaccia esistenziale che potrebbe avere conseguenze catastrofiche per la civiltà umana.
Le guerre non solo distruggono vite umane, ma anche l’ambiente. Le esplosioni, gli incendi, l’inquinamento da scorie e i danni agli ecosistemi aggravano ulteriormente la crisi climatica. Gli eserciti moderni sono tra i maggiori consumatori di combustibili fossili, contribuendo significativamente alle emissioni di gas serra.
L’accesso a risorse vitali come acqua, petrolio, gas e minerali critici è spesso al centro delle guerre moderne. Il cambiamento climatico sta riducendo la disponibilità di tali risorse, aumentando la competizione e il rischio di conflitti armati.

Il legame tra crisi climatica e conflitti
La scarsità di risorse idriche e alimentari causata dal riscaldamento globale è un fattore scatenante di guerre e migrazioni forzate. La crisi in Siria, ad esempio, è stata aggravata da una siccità prolungata che ha ridotto la produzione agricola, aumentando le tensioni sociali e politiche.
Gli stati fragili sono più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico. Le popolazioni colpite da disastri ambientali cercano rifugio altrove, aumentando le tensioni tra paesi e favorendo il reclutamento di gruppi estremisti.
I conflitti distruggono le infrastrutture, riducono la capacità degli stati di rispondere alle emergenze climatiche e bloccano le politiche di mitigazione. Inoltre, la ricostruzione post-bellica è spesso altamente inquinante e dispendiosa in termini di risorse naturali.
L’ONU, l’UE e altre organizzazioni devono integrare le politiche climatiche nelle strategie di prevenzione dei conflitti, promuovendo la cooperazione internazionale per ridurre le tensioni legate alle risorse naturali.
Le politiche climatiche possono diventare un mezzo per costruire relazioni diplomatiche più solide tra i paesi. Accordi internazionali come il Trattato di Parigi offrono opportunità di collaborazione e di riduzione delle tensioni geopolitiche attraverso la condivisione di tecnologie sostenibili e investimenti comuni in energie rinnovabili.

Affrontare la crisi climatica e le tensioni geopolitiche non è una scelta tra due opzioni, ma una necessità congiunta. Le guerre e la crisi ambientale si alimentano a vicenda, ed è essenziale un approccio integrato per garantire un futuro più sicuro e sostenibile per l’umanità.

Giuseppe d’Ippolito

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